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Scritto da Pro Loco Castiglione Chiavarese   
Martedì 20 Aprile 2010 12:35

IL RIFUGIO DI VASCA A VELVA

gita_al_rifugio_di_vascaGrazie alla bravura e allo spirito d’iniziativa di un gruppo di volontari castiglionesi, accomunati dalla passione per la natura e l’escursionismo, un vecchio essiccatoio abbandonato è stato trasformato in un accogliente bivacco, che dista circa un’ora di cammino dal borgo di Velva. Il rifugio “dell’Orbu”, dal nome di un fresco torrentello che scorre ai suoi piedi, si trova su un percorso naturalistico di grande pregio, tra il sentiero della valle di Vasca e quello che, ripercorrendo la mulattiera un tempo incessantemente solcata dai carbonari, conduce ai resti dell’antico ospitale di San Nicolao di Pietra Colice. Il lavoro di pulizia del percorso, quattro chilometri di stretta mulattiera, tra muretti a secco e antichi castagneti, ha costituito un’impresa titanica, avendo coinvolto molti Velvesi che, incuranti dell’afa dell’estate scorsa, con grande entusiasmo hanno dato inizio alle operazioni. Poi i lavori per il restauro del vecchio essiccatoio, il rifacimento del tetto e la sistemazione di porte e finestre; la pulizia del bel prato che lo circonda, dotato di panche, tavoli e uno spazio per cuocere asado e carne “in sa ciappa”. Il 15 novembre scorso il sogno è diventato realtà: per chi arriva da Velva percorrendo l’antico sentiero di Vasca, ecco apparire come d’incanto, tra pini e castagni, un piccolo rifugio in pietra, due locali dotati di stufa, scorte di legno ed acqua, in grado di accogliere comodamente almeno dieci persone. L’atmosfera è rustica e genuina: al piano superiore, dove una volta venivano fatte seccare le castagne, è stato ricavato un locale in cui è possibile dormire con i sacco a pelo. A sei mesi dalla sua inaugurazione, il bivacco è già meta di escursioni e passeggiate di appassionati provenienti da tutta la Liguria e oltre, grazie alla semplicità del percorso, adatto ad adulti e bambini di tutte le età, e alla scrupolosa pulizia cui è costantemente sottoposto dai volontari dell’associazione escursionistica Alta Val Petronio, che propone numerose uscite in vallata su antichi sentieri recentemente ripristinati.

 

LE GROTTE DELLE FATE A SAN PIETRO DI FRASCATI

La Val Frascarese è molto interessante per la presenza di grotte che sono state frequentate dall'uomo sin dall'epoca preistorica. Il rioleudi-escursione_marzo_2010_043 Frascarese, affluente di destra del torrente Petronio, scorre nel territorio del comune di Castiglione Chiavarese e, prima della costruzione della strada statale, la sua valle costituiva una via di comunicazione fra la Val Petronio e l’alta Val di Vara.
La zona si è rivelata un’importante testimonianza del passato, infatti, all’interno di alcune delle sue grotte sono stati portati alla luce diversi reperti archeologici. In particolare all’interno della più importante cavità della zona denominata “Da Prima Ciappa Superiore” sono stati trovati i resti umani di almeno dieci individui, fra cui due bambini. Per visitare le grotte si parte dalla piazza di S. Pietro in Frascati, lasciandosi alle spalle la chiesa parrocchiale, e si sale tra le case lungo un viottolo, che presto esce dal paese e sale verso destra, superando un tratto con rocce esposte subito dopo la zona ad uliveto. Si continua a seguire il sentiero fino ad incontrare un ponte in cemento sul torrente; attraversatolo, si gira a destra e si inizia a seguire la strada sterrata che attraversa nuovamente il torrente e che si addentra nella valle. Si trovano anche castagneti, al di sotto dei quali spuntano alla fine dell'inverno viole e primule e dove non è raro trovare il pungitopo con i suoi variopinti frutti. Si guada nuovamente il torrente e, subito dopo, con una breve digressione a sinistra si piò andare ad osservare il curioso fenomeno della "Fontana che bolle": soprattutto dopo le piogge, da un punto di risorgiva sgorga copioso un getto di acqua (ottima da bere). Questo fenomeno è dovuto alla composizione della roccia: si tratta infatti di calcare che viene "scavato" dall'acqua che arriva così a formare delle grotte e a scorrere in torrenti sotterranei e a riaffiorare quando incontra un altro tipo di roccia, più compatta e resistente all'erosione. Ritornati sulla sterrata, si prosegue sino ad incontrare poco dopo il primo punto di accesso alle grotte: occorre salire per circa 15 min. per raggiungere la "Grotta della Prima Ciappa", che è stata utilizzata come sepolcreto circa 4500 anni fa. Le grotte non sono di grosse dimensioni ma rappresentano una dei pochi esempi di carsismo nella Liguria Orientale. Tornati nuovamente sulla sterrata si prosegue sino ad incontrare altre scale che invitano a salire e a raggiungere così un'altra grotta, la "Grotta delle Fate". Il rientro può avvenire per la stessa strada oppure, proseguendo la strada sterrata una volta giunti al ponte, con un percorso un po' più lungo si arriva alla carrozzabile che collega S. Pietro in Frascati a Campegli.


SAN NICOLAO DI PIETRA COLICE

escursione_pasquetta_2010_san_nicolao_67Il monte San Nicolao, il cui nome originario è "Pietra Colice", nasconde tra i suoi castagni una storia quasi millenaria. Probabile sede di una stazione stradale romana sul percorso della via Aurelia, ospitò nel Medioevo un ricovero per viandanti (hospitale) con chiesetta. Ancora oggi sono visibili l'impianto originale dell'edificio, databile fra il XII e il XIII secolo, a forma di croce con tre absidi semicircolari nel braccio orizzontale a fianco della chiesa. Si osservano anche i resti di un piccolo vano rettangolare che in origine ospitava una tomba forse di un monaco o di un altro personaggio che aveva vissuto qui. Altre strutture, scoperte nel corso di recenti scavi della Soprintendenza Archeologica della Liguria, erano forse ambienti in cui trovavano rifugio i viandanti. La presenza di edifici destinati al temporaneo ricovero dei pellegrini, accanto a piccoli luoghi di culto, è un fenomeno molto frequente lungo le strade medievali. Questi ospitali sorgevano per iniziativa di religiosi o laici caritatevoli, che donavano parte dei loro averi per la costruzione di piccoli rifugi sulle montagne in modo da offrire un riparo ai viandanti nelle zone più impervie. In epoca medievale il Monte San Nicolao era dunque con ogni probabilità al centro della rete stradale che si sviluppava sul massiccio del Bracco. I primi documenti che ne attestano l’esistenza sono riferibili all’inizio del XIII secolo, ma le strutture potrebbero essere anche anteriori al Duecento e successivamente ampliate, forse sotto la “spinta” della famiglia Fieschi, che aveva il controllo della zona. Le ultime indagini archeologiche hanno permesso di indagare, con esiti molto interessanti e singolari, le aree esterne alla chiesa e all’ospitale e gran parte della stratigrafia presente. Ciò ha fornito, oltre a numerose e utili informazioni sulla vita, sull’alimentazione e sulla storia della mentalità medievali, anche testimonianze di frequentazione del sito in età precedenti a quella medievale, a dimostrare una continuità tra l’epoca preistoria e quella medievale e moderna. Nel Medioevo la chiesa e l’ospitale avevano con funzione di ricovero e assistenza per i viandanti che percorrevano la via del Bracco per andare a Genova, o nelle località della Toscana e dell’Emilia. Al momento l’ospitale del Monte San Nicolao può essere annoverato tra le strutture di accoglienza per viandanti scavate la più ampia di tutta la Liguria.

 

IL  MUSEO DELLA CULTURA CONTADINA A VELVA

Il Museo della cultura contadina che ha sede nel centro storico di Velva è nato con la paese stesso diventa museo, mostrando ciò che essoescursione_pasquetta_2010_san_nicolao_31 era stato e come aveva ospitato la vita di una comunità. I caruggi, le cantine, gli scantinati, gli ambienti domestici, le volte, i muretti sono rimasti rigorosamente gli stessi e basta il racconto del nostro accompagnatore per ripopolarli delle figure diallora e ridare loro la vita di quelle stagioni passate. Il concetto costitutivo del Museo della Cultura Contadina di Velva è quello del “Borgo Museo” in cui il centro storico di una borgata - quella di Velva - diventa esso stesso museo, ospitante all’interno dei locali caratteristici degli edifici -quali antiche cantine, fondi e scantinati - le diverse sedi espositive riguardanti momenti e temi specifici della realtà culturale tradizionale. Il criterio seguito è quello di fare in modo che manufatti, attrezzi e ambienti, in qualche modo legati alla cultura materiale locale, restino per quanto possibile collocati nel loro contesto originario, e vengano visti in un itinerario che porta il visitatore, a percorrere i caruggi e i porticati del centro storico incontrando i vari ambienti e le varie attività, musealizzati nella loro primitiva collocazione. Gli ambienti scelti, che hanno al centro la storia di una famiglia padronale che ha storicamente caratterizzato la struttura agraria ed economica della comunità velvese contribuendo a delinearne il quadro delle attività stesse, vogliono illustrare le differenze storicamente esistenti nei vari settori della comunità locale, che vanno da quello abitativo - di cui si affiancano e si confrontano gli spazi domestici relativi ad un nucleo familiare colonico mezzadrile con quelli propri di una famiglia di medi proprietari/artigiani - a quello produttivo, di cui viene confrontata la tipologia di una cantina ad uso colonico con quella della cantina padronale.
escursione_pasquetta_2010_san_nicolao_23La “bottega” artigianale rappresenta un elemento caratteristico della vita di comunità; nel nostro caso la bottega del
falegname/bottaio risultava principalmente al servizio dell’attività agricola di produzione vinicola (anche se in essa venivano svolte lavorazioni riguardanti l’arredo domestico in generale). La presenza in essa di un’attrezzatura piuttosto consistente testimonia l’importanza che l’attività rivestiva nel contesto della borgata, dove la produzione vinicola giustificava la presenza di una figura artigianale “a tempo pieno”, probabilmente affrancata dall’attività agricola, segno di una struttura economica della comunità sufficientemente consolidata, che trovava probabilmente nell’unità padronale un elemento di coordinamento e supporto che apriva anche possibili sbocchi alla commercializzazione del prodotto. Le sale di documentazione e delle immagini, realizzate in due punti del percorso museale, hanno la funzione di illustrare la relazione che intercorre fra gli oggetti ed il loro uso, affiancando alla raccolta e conservazione degli attrezzi e manufatti la conservazione documentaria - attraverso foto, immagini e audivisivi - dei contesti entro cui e per cui gli oggetti sono nati e svolgono - o svolgevano - le loro funzioni. Il museo è visitabile su appuntamento telefonando al numero 0185.40482.


MINIERE DI MONTE LORETO A MASSO

La miniera di rame di Monte Loreto (Castiglione Chiavarese) è stata attiva dalla Preistoria fino alla fine dell'Ottocento. Si tratta della piùminiere_masso antica miniera dell'Europa occidentale.
"Nel quadro delle ricerche condotte, a partire dal 1996, dalla Soprintendenza Archeologica della Liguria e dal Dipartimento di Archeologia dell'Università di Nottingham nella miniera di rame preistorica di Monte Loreto, in una delle aree oggetto d'indagine sono state rinvenute tracce di una frequentazione tardo antica. Nel 1998 l'Istituto Internazionale di Studi Liguri è stato coinvolto nel progetto di ricerca e, in stretta collaborazione con l'équipe diretta dal dott. Roberto Maggi e dal prof. Mark Pearce, sono state condotte due successive campagne di scavo. L'indagine ha interessato la sommità di un'area di pendio dove le precedenti ricerche avevano individuato abbondanti tracce delle lavorazioni preistoriche. Le stratigrafie relative alla frequentazione tardo antica sono localizzate in una zona del sito delimitata a nord e ad est da emergenze rocciose e vanno a sovrapporsi direttamente su strati di discarica e piani di lavorazione pertinenti alla coltivazione della miniera datati all'età del Rame. Per quanto riguarda la fase di occupazione tardo antica, lo scavo ha, finora, interessato un'area di ca. 50 mq. Sono stati documentati strati di discarica, strutture murarie, forse con funzione di contenimento, costituite da semplici allineamenti in pietre a secco, un'area di lavorazione caratterizzata dalla presenza di una struttura di forma circolare in pietre e argilla combusta e di una sorta di fornetto o focolare, anch'esso di forma circolare. Tali tracce sono riferibili ad attività di prima trasformazione del minerale, mentre alcune scorie testimoniano attività legate a lavorazioni metallurgiche. Frammenti di ceramica comune depurata, ceramica comune grezza, pietra ollare ed anforacei di produzione mediterranea forniscono elementi per una datazione al VI-VII secolo. Le indagini di laboratorio, la prevista prosecuzione dello scavo e future attività di ricognizione avranno il compito di chiarire le modalità di occupazione e sfruttamento del sito, nonché di contestualizzare l'attività nel quadro insediativo della Liguria orientale in età bizantina." (si ringrazia il Prof. Fabrizio Benente)


LE ANTICHE CARBONAIE IN VAL FRASCARESE E VASCA

Non è infrequente trovare tracce di antiche carbonaie lungo alcuni tratti di sentiero, ad esempio nella zona del Frascarese e sul percorso che da Vasca (Velva) conduce al sito di San Nicolao. Trattandosi di testimonianze effimere, perdutesi nel tempo, laddove i carbonari erano soliticarbonaia preparare la catasta per fabbricare il carbone sono stati oggi collocati esaustivi cartelloni verticali con storia ed immagini che documentano questa antica pratica. Il "carbone di legna" al contrario dei carboni fossili che si formano da lentissimi processi di trasformazione naturale, era prodotto dalla carbonizzazione di materiali legnosi operata artificialmente dall'uomo. L'elevata temperatura e la scarsissima quantità di fumo che esso produce nella sua combustione hanno fatto sì che abbia rappresentato per parecchi millenni la principale fonte energetica nella lavorazione dei metalli oltre che, in notevole misura, nella cottura del cibo. Il carbone veniva preparato pertanto da legno ad una temperatura elevata, isolandola quasi completamente dal contatto dell'aria. La legna veniva sottoposta così ad un processo di graduale "cottura" (carbonizzazione) evitando pressochè integralmente la sua combustione che richiederebbe, al contrario, un significativo apporto di ossigeno e lascerebbe alla fine un residuo di sole ceneri. Durante l'estate gli uomini aiutavano nei campi perchè solo in autunno e in inverno facevano i carbonai. Vivevano isolati nei boschi, lontano dai centri abitati. Si costruivano una capanna di frasche, in un posto protetto dal vento, vicino ad uno spiazzo dove dautunno avrebbero cominciato a lavorare.Se possibile, si sfruttava uno spiazzo già esistente, possibilmente vicino ad un corso d'acqua o ad una sorgente, perchè in caso d'incendio, si doveva poter spegnere subito. L'acqua però non doveva passare proprio sotto la carbonaia.


LE CALCINAIE IN VAL FRASCARESE

Numerose sono anche le fornaci disseminate sul territorio, alcune di queste molto ben conservate. Se ne possono ammirare alcune nella zonaleudi-escursione_marzo_2010_027 dei Casoni vicino al rio Frascarese, dato che anche queste strutture sorgevano preferibilmente dove c'erano molta legna disponibile ed un corso d'acqua vicino. La cottura del calcare o più comunemente della “pietra viva”, un tempo avveniva nelle “calcinaie” che erano numerosissime dalle nostre parti. Oggi nessuno più produce artigianalmente la calce, che viene acquistata già pronta e confezionata in sacchetti presso i rivenditori. Un tempo occorrevano decine di persone e molte settimane per produrla. Gli addetti a tale produzione venivano detti "calcinari". Sii utilizzavano le “fascine” e alla sua produzione a volte concorreva l’intera comunità della frazione, perché la temperatura nelle fornaci doveva essere altissima e costante per settimane. Le “fascine” occorrenti erano perciò migliaia e dovevano essere ben secche e preparate per tempo. Esistono vari tipi di fornaci: la vecchia fornace era costituita con pietre diverse da quelle della cava, capaci cioè di sopportare alte temperature; costituivano un'opera costruita fuori terra, che talvolta si sviluppava in parte sotto il livello del terreno e presentava un foro d'alimentazione alla base. Per il «caricamento» della fornace si sistemava sul fondo di questa una robusta grata di ferro. Su di questa si disponevano alternati, uno strato di pietre e uno strato di carbone fino al riempimento completo della fornace. Durante la cottura del carico era necessario liberare di tanto in tanto la cenere e gli altri residui della combustione che filtravano attraverso le maglie della grata.

 

GLI ANTICHI MULINI

mulinoIl territorio della Val Petronio è ricco di testimonianze pertinenti a mulini e frantoi, per lo più oggi abbandonati o riutilizzati, di cui si possono scorgere oggi soltanto labili tracce evidenti, ma che nascondono tradizioni e memorie storiche significative per la vallata. Essi testimoniano la vocazione economica della vallata nei secoli precedenti: la coltivazione dell'ulivo e del castagno domestico, oltre che dell'uva. Lungo la strada provinciale, poco prima di Castiglione Chiavarese, si trova l'esemplare più ben conservato, un mulino con ruota idraulica ancora attivo, di proprietà privata: il mulino "delle Liggie". Partendo invece dall'alto corso del Petronio e scendendo verso la sua foce troviamo, sotto il borgo di Velva, il mulino "del Castagneto" o "del Cumineggia", dotato di molino per le granaglie e frantoio per le olive. Sul versante destro, sull'affluente Mereta, troviamo quello di "Pedrin del Valle" e, scendendo in località Torsivì, incontriamo i due mulini "dei Cafferata". Nella zona delle "Cottarze" possiamo ammirare il mulino di "Tarulla"; in località Fiume il mulino degli Albertoni e, non molto distante, quello dei Battilana. Sul rivo di Pontano, ai margini del borgo di Castiglione, il mulino e il frantoio dei Montepagano; a San Pietro di Frascati il frantoio della chiesa e, a Campegli, il frantoio dei Gatti. Questi sono solo alcuni degli esempi di mulini una volta attivi sul territorio di Castiglione; la loro esistenza era legata alla coltivazione di uliveti e castagneti, come quello di Vasca, la cui origine è antichissima; coltivato per i frutti sino agli inizi del XX secolo, appare ora come un bosco ceduo invecchiato, con grosse ceppaie e slanciati polloni.

 

L'ORATORIO DI SAN BERNARDINO A CASTIGLIONE CHIAVARESE

Situato nei pressi della parrocchiale di Sant'Antonino, fu, secondo alcuni ritrovamenti archeologici, la probabile sede dell'antico hospitale di Sant'Antonio. Al suo interno si conservano ancora le antiche misure in marmo per l'olio e per il vino.

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I SANTUARI DEL CONIO VECCHIO E NUOVO A MISSANO

L'Abbazia del Conio, sita nei pressi dell'abitato di Missano, è citata in alcune fonti locali che attestano la sua presenza (o proprio una sua edificazione) già nell' alto medioevo. Fu dedicata alla Madonna del Rosario nel 1664 e inglobata in un caratteristico borgo medievale ligure. Secondo le fonti fu sottoposta alla cura religiosa dell'abbazia di Bobbio, nel piacentino. Le prime attestazioni e documentazioni scritte sull'esistenza di tale edificio risalgono però ad un periodo molto più tardivo, alla metà del '600. Potrebbe trattarsi, tuttavia, di una seconda riedificazione dell'impianto, assieme al nascente nucleo abitativo circostante, citato in un documento del 1664 del nobile Carlo Castiglione. Il complesso versa attualmente in stato di rovina, con alcune parti visibili del campanile, della chiesa e del complesso monastico.

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I SANTUARI N.S. DELLA GUARDIA A VELVA E N.S. DI LORETO A MASSO

Il Santuario di Nostra Signora della Guardia è un santuario mariano del comune di Castiglione Chiavarese. L'edificio religioso è situato nel territorio frazionario di Velva, al confine con il comune di Maissana, sulla linea di valico della SP 523 del Colle di Centocroci, che collega la valle genovese con la media Val di Vara in provincia di La Spezia. La chiesa fu edificata nel 1892 per volontaà degli abitanti di Velva che, nonostante la scarsezza di risorse, prestarono con entusiasmo e gratuitamente la loro opera. Ogni anno vi svolge la festività omonima il 29 agosto con sagra paesana.

Il Santuario di Nostra Signora di Loreto sorge sull'omonimo colle sovrastante la frazione di Masso, da cui si gode di un ampio panorama sulla Val Petronio. Il primo documento attestante la presenza di un edificio di culto risale al 1582. L'attuale struttura è del XIX secolo. I solenni festeggiamenti in onore di N.S. di Loreto hanno luogo ogni anno la terza domenica di maggio.

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LA STRADA DEL CASTAGNO                                                  

castagnaPassa anche per Castiglione Chiavarese la “Strada del Castagno – itinerario dei prodotti delle Valli Genovesi”, un itinerario riconosciuto ai sensi della Legge Regionale 13/2007, che attraversa otto valli: Val Polcevera, Valle Scrivia, Val Trebbia, Val Fontanabuona, Valli Aveto, Graveglia e Sturla e naturalmente Val Petronio. Lo scopo della sua creazione è la riscoperta del mondo del castagno, della sua cultura e di tutte le eccellenze ambientali e culturali che caratterizzano questo ampio territorio. L’Associazione omonima che costituisce l’organismo di gestione dell’itinerario è nata nel 2005 e coinvolge ad oggi circa centocinquanta soci per la maggior parte rappresentati da aziende agricole, imprese di trasformazione, cooperative, consorzi di tutela, centri culturali, associazioni e, oltre al Gal Appennino Genovese, le associazioni di categoria, i parchi e le quattro Comunità Montane di riferimento (C.M. Vallli Aveto Graveglia e Sturla, C.M. Alte Valli Trebbia e Bisagno, C.M. Val Fontanabuona e C.M. Valli Genovesi) che includono le valli attraverso cui si snoda l’itinerario. Il primo risultato è stata la creazione di una serie di itinerari che permettono di visitare l’entroterra fruendo di tipologie diverse di utilizzo e di valorizzazione e che si rivolgono a più target di turisti. Questo lavoro è riassunto e illustrato dalla pubblicazione “La Strada del Castagno”: una guida di 36 pagine, abbinata ad una cartina specifica del territorio interessato dalla Strada.

 

a cura di Gloria Carabbio

Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Maggio 2010 21:52
 

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